.
Annunci online

Libere considerazioni su politica, società, costume. A sinistra.
5 febbraio 2009
Razzismo? L’abbiamo votato noi.

In Italia, il razzismo è un fenomeno diffuso, che in questi giorni è sbocciato in fenomeni gravi di pestaggi, violenze, veri e propri omicidi. L’agenda dei media può naturalmente influenzare la nostra percezione del fenomeno, e indicarci come problema attuale qualcosa che è sempre successo e che può sempre succedere. Quando tante cose accadono contemporaneamente, però, non si può addebitare ai soli giornali la colpa di ingigantire tutto, e giunge il momento di riflettere.

 

Abbiamo una manifestazione pubblica di extracomunitari a Lampedusa. Abbiamo un branco di balordi che violenta una ragazzina, e lo sfogo immediato di una fetta di popolazione contro bersagli casuali che, con i violentatori, hanno in comune solo la nazionalità. Abbiamo un gruppo di persone che danno letteralmente alle fiamme un ragazzo indiano che insegnava danza. Abbiamo un diffuso e generalizzato odio nei confronti di rom e romeni, nuovo capro espiatorio dei nostri problemi e delle nostre difficoltà. Abbiamo ancora, e la si vede tutti i giorni, la gente “perbene” che in treno e in metrò si incazza contro i neri perché non parlano in italiano e strillano troppo.

 

La clandestinità esiste. Esistono i clandestini “buoni”, che si integrano nel tessuto sociale italiano, e clandestini “cattivi”, che si inseriscono subito tra le fila della criminalità. Esistono anche tanti clandestini “neutrali”, che vengono sbatacchiati un po’ di qua e un po’ di là per il mondo civilizzato e non, e che presumibilmente fuggono dal proprio paese per provare a ricostruirsi una vita altrove.

In Italia ogni giorno vengono commessi diversi tipi di reato, dal furto della caramella alle truffe finanziarie che minacciano il bilancio nazionale. Alcuni sono addebitabili a clandestini, molti altri no. Ricordando che in tempi duri e di crisi, pare, avere un capro espiatorio fa bene al paese...

 

Al paese non fa assolutamente bene, invece, un governo composto da forze politiche la cui stessa filosofia esistenziale (forse filosofia è una parola troppo grossa) si è sempre basata sul rifiuto e sulla demonizzazione dell’”altro” per ottenere consensi. Stiamo assistendo al teatrino dell’assurdo di chi, fattosi eleggere sbraitando slogan razzisti, si trova ora a doversi moderare (o fare finta di farlo), per mantenere quel minimo contegno che è necessario per stare al timone di una nazione e per gestire emergenze correlate alla questione dell’immigrazione. Quello che vogliamo sottolineare è che le idee veicolate da certi partiti, nonché la base elettorale che le ha sostenute, condizionano inevitabilmente la politica anche se si cerca di stemperarle in un secondo tempo col blando rimedio della “ragion di stato”.

 

Potremmo smetterla di essere ipocriti. Sappiamo benissimo che chi vota certi partiti “ce l’ha coi negri e gli extracomunitari”. Sappiamo che chi afferma di essere “padrone a casa propria” non tollera per nulla di vedere la signora col velo che passa in strada, e considera i Doner Kebab luoghi di perdizione e terrorismo. Sappiamo bene che dietro a parecchi voti di “centrodestra” si nascondono persone col la puzza sotto il naso e venature profonde di razzismo. Sappiamo che molti tra coloro che votano Berlusconi, e che condividono il suo “american dream” per pochi, considerano gli extracomunitari come straccioni o mera forza lavoro, pensando che basti vestire alla moda per “difendere la razza".


Se queste sono le premesse, e qui raggiungiamo il punto chiave della tesi, è inutile aspettarsi che i rappresentanti di un governo eletto con questi voti sappiano valutare con occhio davvero critico la questione dell’immigrazione e dell’integrazione razziale. Non ci si può aspettare che camicie verdi, persone che lodano i repubblichini di Salò e loschi affaristi che depenalizzano il falso in bilancio comprendano appieno la portata di questi fenomeni. Magari costoro promuoveranno sanatorie, o affermeranno di voler regolarizzare i clandestini con astrusi procedimenti semi-legali e quasi conformi alla Costituzione. Alla fin fine, però, la loro idea sarà quella (sincera) di avere a che fare con Clandestini, appunto, e non con esseri umani in fuga dai loro paesi e bisognosi, se non di immediata cittadinanza italiana, almeno di un po’ di aiuto e comprensione.

politica interna
17 gennaio 2009
Finalmente uno slogan

Finalmente uno slogan.

 

Finalmente qualcosa di concreto messo sul piatto.

 

Parlo della nuova campagna del Partito Democratico contro il precariato.

 

Un manifesto con il viso di un quarantenne, in cui la data di scadenza del contratto è “marchiata a fuoco” sulla fronte. Seguono due sole frasi: “il lavoro nobilita, il precariato no”. In basso, spazio riservato all’approfondimento, diciamo, si legge “Sussidio unico per i disoccupati, reddito minimo garantito per i precari”.

 

Era ora, direi. Un’ora piuttosto tarda, anche.

 

Se il PD avesse esitato ancora un poco, il centrodestra avrebbe fagocitato anche questo tema tra le sue roboanti promesse elettorali. E non ho dubbi che sarebbe stato ancora più incisivo, magari con una frase a effetto del tipo “1000 euro al mese assicurati a tutti i precari”.

Forse Berlusconi sarebbe anche riuscito a soddisfarla, questa promessa, ingigantendo il suo elettorato ben oltre il 50% attuale e tagliando su tutto (sanità, servizi, cultura, sicurezza, mantenimento del normale funzionamento dello stato) pur di compierla, e rendere felici quelli che non san leggere tra le righe e che non san fare effettivamente i conti nel proprio portafogli.

 

Ma perché tutto questo ritardo? Penso che l’assoluta insicurezza del lavoro debba essere uno dei temi principali dell’agenda politica di chiunque sia sano di mente. Se non riesco ad arrivare a fine mese, cosa diavolo me ne importa della riforma della giustizia, del federalismo (che non è panacea per tutti i mali) o del ponte di Messina?

 

Quando Veltroni era venuto a fare campagna elettorale nella mia città, e timidamente aveva accennato un “1000 euro al mese ai precari”, avevamo applaudito in due. Forse perché questa menzione era a metà di un discorso più complesso, e durante i comizi elettorali “fa comodo” applaudire a fine frase, quando chi sta sul palco sollecita l’applauso con un tono di voce diverso…

 

Ora il PD ha uno slogan. Speriamo che sia usato come uno slogan dovrebbe essere usato. Ripetuto in maniera martellante. Scritto sui giornali, in sovrimpressione alla TV, sui muri, inciso nella testa della gente. E che sia fatto tutto il possibile, e anche l’impossibile, per realizzarlo. Prima che sia troppo tardi.

politica interna
24 novembre 2008
Si cambia restando uguali

Apro il sito di Repubblica e leggo, come prima notizia, dello scioglimento di Forza Italia. Per un attimo rimango sinceramente perplesso, chiedendomi se sia appena giunto un momento di portata storica come la caduta del muro di Berlino. Poi vedo la foto di Berlusconi che si asciuga una lacrima di commozione, leggo i sottotitoli e torno tranquillo: Forza Italia transita ufficialmente, e semplicemente, nel Popolo delle Libertà.

 

Come dire: la crisi infuria, la recessione avanza, troviamo un lavoro serio solo su raccomandazione o se ci incateniamo alla porta di casa, ma la politica-spettacolo continua il suo corso imperterrita. Fra gli applausi, gli entusiasmi, gli incoraggiamenti e persino le immancabili polemiche, che d’altro canto fanno perfettamente parte del gioco.

 

Alla politica “televisiva” siamo naturalmente abituati, per carità. Le promesse bibliche di un milione di posti di lavoro riecheggiano ancora nell’aria del nostro bel paese, così come tutte le altre decisioni, i decreti e i tratti di penna che, giocando con le leggi italiane e riformulandole, hanno finito per fare gli interessi di pochi mascherandoli con gli interessi di tutti. Noi italiani non ci stupiamo più di nulla, e a volte osserviamo con rassegnazione e semplicità la barca mentre se ne va alla deriva. Siamo abituati, insomma, a contenuti politici scarsi o visibilmente dannosi, propinati come panacee o soluzioni definitive ai nostri problemi.

 

Forse, però, non siamo ancora del tutto abituati ai grandi proclami e alle grandi (e costose) adunanze il cui contenuto è assolutamente nullo.

Torniamo allo sfarfallare delle bandiere azzurre cui abbiamo accennato in precedenza. Forza Italia si scioglie, ed entra nel PdL assieme ad Alleanza Nazionale. Naturalmente, precisa Berlusconi, il logo e la simbologia del partito, così come le sue sedi, restano esattamente così come sono. Anche AN è soddisfatta, perché l’identità del suo partito non cambia di un soffio. Si scioglie, cioè, in un partito unico di centro-destra, ma nello stesso tempo rimane sempre la stessa. Dobbiamo proprio essere italiani per considerare “normale” quello che, a rigor di logica, è semplicemente surreale.

 

E’ come guardare quel quadro di Magritte in cui è raffigurata una pipa e sotto vi è scritto “questa non è una pipa”. Almeno Magritte era un artista, non un politico, e le sue decisioni non influenzavano la vita e il portafogli di milioni di persone.

 

Scendiamo ancora un po’ nel dettaglio della questione Forza Italia – PdL. Un partito che è invenzione ed emanazione di una sola persona (sappiamo chi), dopo 15 anni cambia nome per decisione unica della stessa persona, e diventa un nuovo partito (PdL) che è sempre e comunque emanazione diretta della stessa persona. Con la partecipazione di un altro partito che però, pur cambiando, resta sempre lo stesso, tenendo un piede in due scarpe (forse non troppo comode, ma così è la vita). Eppure Berlusconi si commuove davvero, per queste cose.

 

Come se non bastasse, queste transizioni significano congressi, meeting, incontri, voli aerei, bandiere, organizzazione, collegamenti televisivi, truccatrici per coprire le rughe di chi sta sul palco eccetera. Costano. Ma, tolti i trucchi e svelato l’inganno, un’operazione di questo tipo non ha alcun vero significato politico. Si potrebbe dire che sia qualcosa di simbolico, certo. Tuttavia, per definizione, un “simbolo” rimanda sempre a qualcosa di concreto o di importante. Qui, invece, si rimanda solo ed esclusivamente alla volontà e alle bizze di una singola, onnipresente e molto potente persona.

 

Dall’altra parte della barricata, certo, le cose non vanno molto meglio. Si transita ad un partito unico con elezioni primarie, ma queste vengono impoverite (a mio parere) dalla presenza di un candidato unico superfavorito, e non da quei confronti sullo stile Clinton-Obama che rafforzano incredibilmente la partecipazione popolare e la democrazia stessa. Poi, a Partito Democratico fatto, comincia la lotta delle correnti, volta però ad indebolire il progetto di base per una nuova sinistra, e non certo ad arricchirlo. Dentro il PD si parla ancora di “noi” e di “loro”, dove i due poli opposti sono gli ex-margheritini e gli ex-ds, oppure i dalemiani e i veltroniani, pronti a tutto pur di sopraffarsi, anche a lasciare il paese in mano a Berlusconi per altri mille anni (il medico personale di quest’ultimo, Scapagnini, ebbe la grazia di dirci che il signor B. è “tecnicamente immortale”). Nella sinistra, insomma, ci sono state occasioni costanti per riformulare certi contenuti, ma molto spesso sono state sprecate o gestite male.

Ma questo a Berlusconi non interessa molto, davvero. Anzi, se la sinistra smettesse di insultarlo, Veltroni e Dalema gli starebbero pure simpatici. Lui piange di gioia, perché Forza Italia è morta ed è rinata esattamente uguale dalle sue ceneri, come la fenice.

Insomma, tutto cambia ma niente cambia davvero, in buona parte del panorama politico italiano. E dietro a facciate sempre più spettacolari, i contenuti sono sempre più esigui, se non addirittura, trionfalmente e platealmente, assenti.

politica interna
17 novembre 2008
Caro Ministro Brunetta... (su precari, fannulloni di sinistra, privilegi e mercato del lavoro)

Caro Ministro Brunetta,

 

ho letto ieri sul giornale (online) delle sue esternazioni secondo cui i “fannulloni sono di sinistra”.

Le espongo il mio sincero punto di vista.

 

Ho personalmente lavorato, per un anno circa, presso un ente pubblico (che fa parte della “rete comunale” di una grande città). Quei posti dove lei è andato a caccia di fannulloni, per intenderci, e in cui si entra a tempo indeterminato tramite concorso pubblico.

 

Le posso confermare che ho avuto modo di lavorare fianco a fianco (e di conoscere) diverse tipologie di persone. C’erano dipendenti comunali che svolgevano diligentemente il proprio lavoro, timbravano il cartellino e coprivano interamente l’orario di lavoro. C’erano i dipendenti comunali fannulloni (e su questo le do ragione, Ministro), che sostanzialmente passavano le giornate alla scrivania senza fare un granchè.

C’erano pure (si figuri, Ministro) un paio di dipendenti comunali che, totalmente incapaci di fare qualcosa ed entrati a coprire il loro incarico non si sa bene come, erano pregati di non fare nulla e di restare immobili alla scrivania. Pregati e, naturalmente, pagati.

C’era poi una buona fetta di contratti a progetto (e di stagisti) che lavoravano come dei pazzi, costantemente preoccupati di fare il proprio meglio per sperare di essere assunti o rinnovati, e nello stesso tempo costretti a “tappare i buchi” di chi, tra i comunali, il proprio lavoro non lo svolgeva affatto.

 

Caro Ministro Brunetta, le posso assicurare che:

 

1 – Le affinità politiche non c’entravano assolutamente nulla con l’impegno produttivo delle persone sopraccitate. I veri “fannulloni” non erano marxisti fomentatori di popolo protetti dal potere occulto del sindacato, ma semplicemente dei furbastri. Pronti a sfruttare il vento politico, al massimo, a seconda della parte in cui tirava.

 

2 – Il fannullonismo e il suo costo sociale, Ministro, come ho potuto osservare con i miei occhi, purtroppo non si misura proporzionalmente ai cartellini timbrati e al controllo delle assenze. Ci sono tante persone che, assentandosi in modo assolutamente legale (ferie) o semplicemente restando presenti ma restando con le mani in mano, bloccano od ostacolano il funzionamento dell’ente stesso. L’accanimento contro chi si assenta per malattia, dunque, rischia di essere controproducente penalizzando, talvolta, dei poveracci che stanno male sul serio. Il controllo rigido degli orari, poi, non è proporzionale al lavoro effettivo svolto. Se di controlli si vuole parlare, si parli di controlli di qualità.

 

3 – Se di costi alti di amministrazione si parla, Ministro, perché non mettere un freno alle consulenze supercostose cui fanno ricorso i Comuni medesimi? Che toccano anche le decine (o le centinaia di migliaia) di Euro? Giusto per citare una fonte di “uscite?” Non so quanto siano necessarie, ma penso che si risparmi di più ottimizzando questo tipo di spese piuttosto che mandando visite fiscali a chiunque stia a casa un giorno in più per il raffreddore, no?

 

3 – Lei parla di sindacati come di “poteri forti”. Io penso che vi siano poteri altrettanto forti attualmente all’opera in Italia, ma il cui scopo ultimo sia il mero guadagno, la capitalizzazione, e non certo la tutela dei lavoratori.

 

Ministro, in questi anni abbiamo assistito a un tentativo di creare mobilità nel mercato del lavoro, anche tramite una (parziale e imperfetta) messa in atto del progetto Biagi. Mi sembra oggettivo desumere che questo progetto sia nato in seno al centro-destra, con saltuarie partecipazioni del centro-sinistra. Credo che il lavoro si sia effettivamente “smosso”, ma solo a favore dei poteri forti (quelli veri) e delle aziende stesse. Ministro, lo sa quanta gente lavora sottopagata o gratis non solo nei cantieri edili del Mezzogiorno, ma anche in lussuosi uffici di Milano? Lo sa che sotto l’abietta forma non-contrattuale dello “stage” si sfrutta il lavoro di gente qualificata? Che le aziende, insomma, possono fare sempre più il bello e il cattivo tempo?

 

In questo scenario l’unica tutela (e a volte debole) appare ancora il sindacato, magari anche coi privilegi che ha concesso e che concede a certe categorie a scapito di altre.

Perché, ministro, tolti i privilegi sindacali e lasciato libero spazio al mercato, qui in Italia l’unica cosa che prende piede è una sorta di tirannia delle aziende, di sfruttamento del lavoro, di mobilità estrema nel riciclo e nel licenziamento ma NON nella “salita” verso posizioni migliori. Se ne rende conto, ministro?

 

Con una situazione come questa, dove si sdoppiano sempre di più l’agognato “tempo indeterminato” (che in molti paesi ad ALTISSIMA mobilità del lavoro consiste nella forma contrattuale maggiormente adottata, peraltro!!) e i vari co.co.co, co.co.pro., stage non retribuiti eccetera, è quasi comprensibile che chi, dopo aver patito anni di stress e di sfruttamento da parte delle aziende, una volta raggiunto l’unico, vero tempo indeterminato senza grossi rischi di licenziamento come è il posto pubblico, si “afflosci”, per così dire, sulla scrivania, e lasci ad altri (i nuovi stagisti, i nuovi precari) il privilegio di tutto quel patimento che ha subito lui stesso in precedenza.

 

Questa che le ho appena fatto, Ministro, è un’analisi sincera della realtà. Della realtà in cui ho vissuto finora.

Caro Ministro Brunetta, io non credo nel Governo di cui lei fa parte. Non credo ai proclami del Presidente del Consiglio e mi inquieta molto pensare che una persona passata attraverso diversi iter processuali, di una tale ricchezza e un esteso controllo su molte realtà aziendali del paese, con un conflitto di interesse pesante e mai risolto possa governare il nostro paese. Mi inquieta vedere un partito, al comando, che è emanazione diretta del proprio leader carismatico (esattamente l’opposto della sinistra, dove ciascuno vuol essere leader di sé stesso), mi inquieta vedere lacchè e cortigiani adulare il proprio capo e deridere, smitizzare e delegittimare ogni critica. La mia personale opinione è che Berlusconi rappresenti una deviazione nella sanità di una moderna democrazia.

I sondaggi, su cui il centro-destra affida molto del suo essere, dichiarano l’Italia in una posizione pericolosa in rapporto alla libertà di stampa e di opinione, con diretto riferimento al fenomeno Berlusconi.

 

Eppure, Ministro Brunetta, io credo che Lei rappresenti una delle poche persone, all’interno dello staff di Governo, che abbia effettivamente le competenze tecniche e una progettualità di base per produrre qualcosa (condivisibile o meno) che non derivi da un capriccio del Presidente del Consiglio.

E considero la sua affermazione sui “fannulloni di sinistra” come una netta caduta di stile. In rapporto a chi, nella maggioranza e magari anche in parte dell’opposizione, lo stile l’ha dimenticato in vacanza.

 

Perciò, Ministro Brunetta, se si vuole portare avanti una crociata nell’ottimizzazione del settore pubblico e della pubblica amministrazione, sarebbe opportuno tener conto di quanto ho cercato di esporle. Ovvero che siamo tuttora in un sistema in cui non si parla di una classe lavoratrice “media” sovrastata da una casta privilegiata e ricca di fannulloni. Ma, molto spesso, di una marea di irregolari, precari, stressati e poco retribuiti personaggi a cui è rimasto il posto pubblico come unica salvezza. E i “poteri” forti che guadagnano da questa situazione (qualcuno ci guadagnerà pure, Ministro), non penso siano i temuti sindacati. Spero che Lei, e magari non solo lei all’interno della vasta maggioranza di cui fa parte, se ne renda conto.

politica interna
23 ottobre 2008
E adesso, a oltranza.

Seguiamo da giorni le manifestazioni degli studenti contro la riforma Gelmini, dilagata ai principali atenei italiani. Roma, Firenze, Milano, Torino e Napoli protestano contro i tagli che il governo ha previsto per la scuola, e le occupazioni di classi e atenei cominciano ad assumere un carattere di continuità.

Il Governo, nella persona del Presidente del Consiglio, annuncia di voler mostrare i muscoli. Lo stesso Presidente si lascia anche sfuggire che le proteste di questo tipo sono contro la democrazia e contro la libertà. Viene poi frenato persino dal Ministro dell’Interno Maroni, probabilmente irritato per essere stato scavalcato nelle sue funzioni. In seguito Berlusconi, al solito, si ricorregge. Hanno capito tutti male. Voleva solo assicurarsi che le lezioni proseguissero per gli studenti volenterosi. Sfodera un sorriso, e le minacce di prima vengono assorbite nel nulla. “Un sorriso, e ho visto la mia fine sul tuo viso”, cantava Battisti.

 

Altri membri del governo citano la regia occulta della sinistra e di Veltroni dietro alle pericolose e antidemocratiche manifestazioni di piazza; eppure ho l’impressione, forse sbagliata, che la sinistra non sia la diretta ispiratrice dei moti studenteschi, anche se ora (e per fortuna) vi si affianca. Penso invece che la protesta abbia un carattere di genuinità e di spontaneità piuttosto marcato.

 

Tutte le manifestazioni studentesche, da quando ho memoria, sono sempre state coadiuvate da un sano, giovane e legittimo desiderio di “non entrare in classe” e di passare una giornata a casa, o in piazza con gli amici. Non penso possa negarlo nessuno. E non c’è nulla di cui vergognarsi: è nella natura degli studenti, categoria di cui purtroppo non faccio più parte, cercare tutti i modi possibili per non studiare.

Eppure ci sono manifestazioni che perdurano, che si allargano, che coinvolgono anche gli stessi docenti, e che lasciano intendere che il desiderio di “bigiare”, questa volta, c’entri poco o nulla. Non si parla di massimi sistemi, di guerre, di pace e di Che Guevara. Si parla solo di scuola.

 

Forse, come rare volte accade ancora in questo paese, il Davide della società civile ha trovato la maniera adatta per opporsi al Golia di certi rappresentanti delle istituzioni. Rappresentanti che, delle istituzioni, troppo spesso sembrano prendersi gioco per sfruttarle a proprio e esclusivo vantaggio.

Forse si è davvero in tempo per bloccare e, se non altro, correggere questa riforma della scuola, che potrebbe anche nascondere qualche contenuto o idea valida sotto tonnellate di ideologia melensa e anacronistica.

Forse queste manifestazioni possono innescare quella scintilla per scuotere dal torpore gli italiani che, pur contrari alle idee del governo, non hanno mai avuto la forza (e li si può capire) per esprimere il proprio dissenso. E far nascere davvero quel tipo di protesta per cui il centrodestra sta già accusando l’opposizione, con toni degni di un governo autocratico.

Per questo, proseguire le manifestazioni a oltranza finché non si raggiunge l’obiettivo preposto, qualunque sia il tempo richiesto, può essere importante, e non solo per la scuola.

sfoglia
  

Rubriche
Link
Cerca

Feed

Feed RSS di questo 

blog Reader
Feed ATOM di questo 

blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

Curiosità
blog letto 29927 volte




IL CANNOCCHIALE